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santa maria 1998La vita sociale e religiosa della Nocera di inizio XX secolo fu percorsa da tanti fermenti. Non ultimo, forse soltanto meno noto, quello riguardante la costituzione della «Confraternita sotto il titolo di S. Giuseppe», formalmente approvata con decreto del Vescovo di Tropea nell’aprile del 1913, su istanza del Parroco della Chiesa di Santa Maria della Pietà.

Si tratta della confraternita delle maestranze (artigiani) fondata per la promozione del culto divino di San Giuseppe, che a Nocera si celebrava da almeno un secolo ad opera degli abitanti del Rione Motta, il cuore più antico del paese, nella cui Chiesa era conservato il simulacro del Santo.

Lo statuto approvato da Mons. Giuseppe Leo, molto articolato (lo pubblicherò in un articolo successivo), è formato da 8 brevi capitoli che delineano le regole della vita confraternale in ogni suo aspetto: dalle motivazioni che erano alla base della nuova confraternita, alle buone pratiche liturgiche e del culto divino, ad aspetti più pratici inerenti la corretta amministrazione del nuovo organismo. Aspetti delicati e che spesso davano origine a contrapposizioni che sfociavano in vere e proprie liti.

Prima della stesura definitiva molte regole furono riscritte, modificate e integrate come dimostra, sulle minute, il puntuale intervento dello stesso vescovo. Furono fatte almeno due bozze prima di approvare il testo definitivo non senza la preoccupazione, da parte dello stesso presule, che gli aneliti e la positiva tensione iniziale potesse presto trasformarsi in lassismo prima e in rissa poi, come succedeva in altre parrocchie della diocesi.

Nocera aveva già altre confraternite: quelle dei Morti, dell’Annunziata. In un recente passato ne aveva avuto altre: Santissimo Sacramento, Rosario, Pietà (sempre alla Motta) e di Santa Caterina cui era annesso l’hospitium. C’erano anche stati tentativi per nuove erezioni (quella del Carmine nel primo ventennio dell’Ottocento), poi abortiti. Insomma una vita religiosa estremamente dinamica fatta di riti plurisecolari, culti antichi, uomini e donne il cui tempo veniva scandito da quello escatologico di Dio: preghiera e partecipazione in forma associata alla liturgia (o alle liturgie) che diveniva (divenivano) strumento per la rivendicazione di un prestigio sociale che dava l’illusione di un benessere materiale (e fors’anche morale) orami irraggiungibile per i ceti più umili. D’altro canto emergeva e si consolidava come ceto di potere quello borghese/aristocratico che

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 si sentiva autorizzato e spingere nel baratro coloro che tiravano a campare soltanto sospinti dalla speranza di un futuro migliore.

In appendice pubblico la lettera del vescovo al parroco della Pietà: non una lettera routinaria ma la dimostrazione che la Chiesa viveva in quel periodo in Calabria, e anche a Nocera, un momento assai particolare al centro, com’era, di complesse dinamiche socio economiche relative all’assegnazione delle terre e alla creazione di servizi di prima necessità che spesso sfociavano in eccidi a seguito della ribellione popolare. Erano gli anni del socialismo galoppante, delle Società di Mutuo Soccorso, del Movimento Contadino e quella confraternale era una delle risposte della Chiesa locale e diocesana al disagio di una lotta ‘di classe’ che stava loro sfuggendo in un certo senso di mano. E poi c’era stato il terremoto del 1905 prima e poi quello del 1908 che avevano contribuito ad inasprire lo stato di miseria dei ceti più umili, dei cafoni per dirla con i padri del Meridionalismo, quelli per cui la migliore cura era l’emigrazione. Appunto: la tonnellata umana che cominciava il progressivo ed esiziale svuotamento delle campagne oggi invase da rovi e spine e abbandonate a se stesse. Li dove prima fioriva la vita, ora pasce la morte!

Tutto questo e molto altro c’è nella lettera del vescovo tropeano, ma soprattutto c’è la preoccupazione che questo tentativo di promozione spirituale del territorio, di rimpolpare il culto divino con l’annesso processo di santificazione della popolazione, potesse deragliare manifestando la tiepidezza di un popolo che al pane spirituale preferiva sempre e solo quello nero impastato con la crusca, il sudore della loro fronte e la terra cui erano legati da un vincolo ancestrale ed inscindibile!

Antonio Macchione

*****

 

Tropea, 1 marzo 1913

Molto Reverendo Parroco,

le restituisco lo statuto per l’erigenda Confraternita di S. Giuseppe perché faccia le ultime modifiche e poi me lo rimetterà per l’approvazione. Sebbene sarà con molta trepidanza che farò il decreto di creazione di erezione canonica poiché sono appunto le Confraternite che dovrebbero formare la consolazione e l’aiuto del vescovo nell’opera di santificazione delle anime, quelle che invece aggravano la pesante vera croce, si comincia con fervore poi si languisce, poi si arriva alla ribellione. E ne ho di casi che purtroppo mi hanno dato e stanno dando fastidio e pena.

Speriamo che San Giuseppe sotto la cui speciale protezione starà la nuova confraternita, vorrà impedire che questa degeneri dallo spirito con cui si costituisce, anzi che sempre meglio vada innanzi nell’opera di santificazione.

In attesa la benedico e mi raccomando alle sue preghiere.

Suo affezionato in Gesù (Cristo)

+ Giuseppe vescovo.

La zona abitata, posta a valle del Convento dei Padri Cappuccini a Nocera è tuttora e non a caso chiamata Castello. In cima alla collina, infatti, secondo la tradizione storiografia locale, era stato costruito un maniero preposto alla difesa del piccolo borgo al passaggio tra la dominazione normanna e quella sveva, quando schiere di pirati saraceni e orde moresche, approdando sulle nostre coste si spingevano senza colpo ferire nell’entroterra per razziare, saccheggiare e mettere a ferro e fuoco i piccoli centri rurali del territorio e i loro abitanti.conventonew03

Si racconta anche, con molta fantasia, che Nocera venne più volte assediata, depredata e saccheggiata dai pirati e a nulla valsero le strenue ed eroiche difese che gli abitanti del borgo riuscirono ad opporre ai predoni. È ancora la tradizione erudita che, sulla scorta di consolidati cliché storiografici, cerca di colmare gli importanti vuoti documentali con racconti per la verità poco convincenti in cui, tuttavia, si coglie il fondo di una realtà generale assai complessa e magmatica.

All’epoca a cui ci si riferisce manca nelle cosiddette ‘fonti ufficiali’ (cronache, documenti pubblici e privati) il riferimento alle orde saraceniche che da tempo non scorrazzano più nel Mediterraneo e che, anzi, proprio Federico II, sulla scorta di quanto avevano fatto i suoi predecessori normanni, cerca di integrare sperimentando modelli politici inclusivi, riunendo i saraceni di Sicilia nelle colonie di Lucera, Girifalco ed Acerenza prima, poi solo di Lucera. Ma evidentemente questa è un’altra storia! Eppure ancora generazioni di eruditi propinano la stessa narrazione falsata nelle sue linee essenziali a causa dell’azione di due falsari che mettono questo territorio il centro di una fantastica narrazione. Mi riferisco a quanto contenuto negli Studii istorici su la Magna Grecia e su la Brezia dalle origini italiche in fino ai tempi nostri, per Nicola Leoni, Napoli 1862, vol. 2°, p. 150 dove si legge: «166. Partito Federico II di Sicilia per la Germania, molte schiere di Saraceni, così come narrasi in un altro opuscoletto, Victoria Henrici Audiberti Kalà de Saracenis piratis in litore Terinaeo, a Valerio Pappasidero Muranensi descripta, Neapoli 1655, approdando al lido Terineso, venivano ad invadere e depredare le città e le terre, poste su le coste di quel mare. I popoli vicini impauriti di inimici si fieri, di tratto ne avvertirono i popoli d’intorno, onde stessero in su le armi e mandassero armati per difendersi. Gli abitanti di Nicastro e di Castiglione mandarono ad invocare aiuto ad Enrico Kalà; ma questi trovandosi allora in Castrovillari, il suo figlio invece Andelberto, che era ivi, giovane ardimentoso, radunando armati, e chiedendone altri al comandante del presidio della fortezza di Cosenza, e dei luoghi dintorni, ei seguito da mille pedoni e da duecento cavalieri, venne ad incontrar que’ barbari presso Castiglione. (…)».

I citati ‘opuscoli’ di Valerio Papasidero di Morano, evidentemente discendono dalla Historia de’ Svevi nel conquisto de’ Regno di Napoli, e di Sicilia per l’Imperadore Enrico sesto. Con la vita del Beato Giovanni Calà Capitan Generale che fu di detto imperadore, scritta da Don Carlo Calà duca di Diano, Marchese di Ramonte, Signore delle Terre di Nocara e Canna, del Consiglio di sua Maestà e Presidente della Regia Camera in quello di Napoli, Stampata in Napoli nel 1660. Un falso storico, anzi, una delle tante genealogie ‘incredibili’, secondo quanto sostiene Roberto Bizzocchi, che bisogna prendere con le pinze perché fondate su una distorta ‘idea’ di storia «come processione di venerate immagini di antenati» i quali conferiscono prestigio e dignità ai lignaggi, procurando loro notevole beneficio. Del resto Carlo Calà era uomo «dato alla coltura delle scienze, altrettanto fantastico, e che gli piacque d’acquistar presso i suoi compatrioti il nome di astrologo giudiziario, e di Cabalista, talmenché non si è tra quegli ancor spenta la memoria delle di lui nefande ciurmerie. (…) Egli seppe dolcemente imboccare, che la famiglia Calà derivava dal Real Sangue d’Inghilterra, e Borgogna, e che innestata nell’augusta casa di Stau(f)en, l’avessero poi trapiantata nelle Calabrie i due generali d’armata Giovanni, ed Arrigo Calà venuti alla conquista del Regno di Napoli sotto l’imperador Arrigo VI (…)». Carlo imbonito dallo Stocchi, falsario e farabutto di professione, si convinse dell’impostura e «fece ben presto innalzare l’immagine del Beato Giovanni nel suo domestico oratorio, e a procurarsi di lui ossa, che in luogo occulto diceagli l’impostore di rattrovarsi, e facendone premura all’Ordinario del luogo per la pubblica solenne traslazione, facilmente l’ottenne». Un rischio di contaminazione della memoria assai grave ma che, per fortuna, è stato prontamente rigettato dalla storiografia scientifica come dimostra Theo Kölzer, editore dei diplomi di Costanza d’Altavilla che inserisce negli «Spuria moderna» l’unico riferimento al Kalà. Davvero pochino per uno che ha fatto e disfatto la storia di un gran pezzo di Calabria in età federiciana, o è presentato come tale da recenti eruditi che presumono di leggere con acribia i testi antichi. Ma tant’è!

È chiaro, quindi, che tutte le altre costruzioni fondate sul racconto di Calà o di tale Valerio Papasidero sono da ritenersi infondate e prive di qualsivoglia autenticità, anzi devono essere considerate mistificanti per la ricostruzione della storia del territorio e, nella maniera più assoluta, devono essere prese in considerazione.

Ma ritorniamo all’interrogativo originario debitore di questa storia di falsificazioni perché, seppur senza l’ausilio di fonti dirette e di opuscoli fantascientifici, è ugualmente possibile qualche riflessione ulteriore, alla luce dei pochi documenti che parlano del territorio: fonti indirette, è vero, ma alameno autentiche.

Si tratta di due documenti del 1220 e del 1240, ben noti da tempo nei quali Nocera appare indicata la prima volta come ‘castrum’ e la seconda come casale. Si tratta di notizie importanti ma contradditorie perché: mentre nel primo caso si fa riferimento ad un sito fortificato, col secondo ci si riferisce ad un piccolo insediamento rurale non fortificato. Ciò lascerebbe ipotizzare la concomitante presenza, almeno sino al 1240 di due siti: il primo quello fortificato, e inteso nella fonte come ‘castrum’, da collocare verosimilmente sul Piano, probabile continuatore del non meglio precisato ‘castrum’ di età bizantina a presidio della direttrice che lungo la valle del Savuto risaliva sino a Cosenza o, più probabile, a indicare una porzione di quel ‘limes’ posto tra territori longobardi e bizantini, la cui esistenza sarebbe dimostrata da alcune evidenze archeologiche, ma la cui vicenda insediativa è ancora tutta da chiarire.

Non ci si dimentichi neppure che sino al 1240 (e anche oltre) esisteva a Nocera un «portus qui dicitur Navis de Arata» che richiedeva l’esistenza di un presidio difensivo a controllo della costa. Tutti indizi probanti che consentono di riformulare la vicenda storica del territorio, a differenza di quanto sinora è stato detto. Qualche anno più tardi, nel 1267 e con riferimento ai dati contenuti nel citato documento del 1220, il redattore preferisce utilizzare un più morbido «tenimentis Nuceriae» chiaro indizio anche questo che la vicenda del territorio stava rapidamente evolvendo. Ma di Castelli ancora non v’è traccia.

Ne può essere accettata come tesi (dimostrata) quanto Ignazio Ventura, con molta accortezza per la verità, propone come ipotesi di studio e discussione: ossia quella secondo cui il Castello sarebbe stato costruito alla fine della dominazione Normanna, o al principio di quella Sveva (intorno al 1189). Lo storico locale, infatti, avverte che la cosa «è da pensare», rinviando alla notazione di Tommaso Morelli, dotto erudito e autore di patrie memorie, per il quale disfatto dai Saraceni l’insediamento sul Piano, «in tempo che vivea il Beato Nilo, propriamente nell’anno 950 in circa», gli abitanti si spostarono verso l’interno, «in un sito ameno, dov’era la caccia de’ Terinesi. Quivi costruirono un forte cinto di alte mura colla torre di guardia, baloardi, e ponte» e poco dopo «un castello nella collina superiore, ove in seguito si è costruito il monastero de’ PP. Cappuccini».

Anche questa è una supposizione avvalorata soltanto da un semplice dato toponomastico, come rileva ancora Ventura: «la zona sottostante il castello conserva tuttora il nome di Castello», a parte i non meglio precisati particolari costruttivi, indagati negli ultimi lavori di restauro e che presto saranno –si spera- pubblicati. E per giunta non si tiene in debita considerazione quanto gli eruditi precedenti, da Gabrielle Barrio a P. Giovanni Fiore sostenevano a tal proposito, suggerendo il graduale spostamento nell’entroterra degli abitanti del Piano: dapprima in località Borghi (Vurghe), poi più all’interno (Motta). Questa seconda ipotesi, infatti, pare più convincente per il richiamo ad una Chiesa, quella di S. Maria delli Borghi, da identificare con la cosiddetta Chiesa della Cona, ossia Santa Maria del Carmelo: ma anche questa è un’altra, più complessa, storia!

Sino al 1240 non vi è riferimento alcuno al Castello, ma i dati di cui si dispone, fanno pensare al massimo all’esistenza di un forte (un ‘castrum’) sul Piano con funzione di controllo della costa e del porto. Nessun’altra fortificazione, insomma.

Eppure la «torre di guardia, baloardi, e ponte» solleticano l’idea dell’esistenza di un ‘castrum’ più all’interno: quello alla Motta. Ma, a tal proposito, è opportuno precisare che l’uso di tale toponimo si comincia a registrare nelle fonti soltanto a partire dall’età angioina: quella in cui il borgo nocerese passa sotto il controllo dei Giovanniti che, verosimilmente ne riorganizzano la vita civile, sociale e religiosa. Del resto anche il toponimo colto ‘rivellino’, menzionato da Ventura indicherebbe un ridotto difensivo d’età moderna e non propriamente medievale, contribuendo ad abbassare la datazione della Motta.

Poi c’è la questione dello «Statutum de reparacione castrorum» di Federico II (1239): anche qui nessun riferimento all’oramai improbabile ‘Castello’ di Nocera, a meno che non si trattasse di un castello feudale. Ma anche in questo caso è assai singolare come manchi del tutto il riferimento a Nocera e alla sua fortezza nelle fonti federiciane e in quelle angioine, con riferimento ai primi due sovrani che sono edite. E ancora più singolare che il “Liber Censuum” tra il 1194 e il 1198 qualifichi ‘Nuceria’, come Casale. Si tratta però di ipotesi e suggestioni per le quali, allo stato attuale della ricerca, tutto appare da verificare. Con riferimento a fonti successive, infatti, si continua a mantenere la doppia qualificazione di Casale e ‘castrum’. Ad esempio nella Decima dell’anno 1324: qui però il secondo termine potrebbe indicare le fortificazioni della Motta nel cui circuito era inserita la chiesa di San Silvestro per la quale pagava il cappellano Pietro.

Eppure un castello c’era. Lo dicono chiaramente le fonti successive: esso esisteva nel 1495 e apparteneva alla nobile famiglia Ventura che vi aveva fatto costruire una piccola cappella gentilizia. Ma lo stato di abbandono del maniero, a tale data, ne aveva reso necessario l’abbattimento dell’ala orientale. In maniera più esplicita è, poi, l’atto del notaio Plantedi di Aiello, del 7 gennaio 1581, a certificarne l’esistenza quando Silvio Ventura cedette ciò che rimaneva della struttura, del terreno circostante e di mille ducati d’oro, ai frati Cappuccini della provincia monastica di Cosenza che in poco più di un quinquennio edificarono il Convento. A complicare le cose, tuttavia, ci sono le notizie tratte dal Libro Magistrale: «fu fondato ivi il Convento alli 14 d’agosto giorno, in cui si piantò la Croce in segno del possesso nell’anno 1581. Il sito lo lasciò il quondam Silvio Ventura, il quale per testamento lasciò docati mille per l’edificazione del Convento senza riserva di proprietà e si comprò il cennato luogo dalli Sig. di Perrella dei patrizi di detta Città. Il titolo della Chiesa e figura del sugello è la Madonna dell’Assunta, chiamata da quei cittadini con titolo della Madonna degli Angioli». Intanto perché anche qui non si fa riferimento al Castello e poi perché si introduce un elemento nuovo assai significativo: l’acquisto del luogo dai Perrella, di cui si riparlerà, magari, in un articolo successivo.

Il Castello, però, ci doveva essere: tutti sembrano alludervi con riferimento al fenomeno dell’incastellamento d’età normanna o al dato toponomastico più spicciolo e immediato, ma nessuno ne dimostra l’esistenza, forse perché un vero castello non era e si trattava soltanto (si fa per dire) di una ‘domus’ aristocratica fortificata, trasformata in castello dall’immaginario collettivo! Purtroppo a causa della penuria di fonti scritte bisogna aspettare l’interpretazione di quelle materiali, affidate da qualche anno allo studio degli esperti. Tuttavia appare oramai chiaro che la storia del territorio è tutta da riscrivere e reinterpretare criticamente per porre rimedio agli scempi condotti da certa storiografia erudita. E non mi riferisco solo a Nocera: potrei citare l’esempio di Castiglione al cui assedio qualche buontempone fa partecipare anche Roberto il Guiscardo redivivo basando la propria deduzione soltanto sull’evidente errore di Benedetto Tromby. Bisogna mutare registro interpretativo e studiare a fondo e con acribia le fonti e la letteratura per cogliere quelle sfumature che consentono di ridefinire meglio i quadri ambientali ed il popolamento del territorio. E quando ci si riferisce al ‘territorio’ non si fa affatto riferimento al singolo ‘comune’ (per utilizzare un linguaggio attuale). Ma qui forse è opportuno fermarsi, rinviando alle prossime puntate, per chi avrà voglia di seguire!

Antonio Macchione

69665298 2563918800600651 3681656381426892800 nSe l’onorevole Morgari non poteva aver fiducia nel governo che accomodava le indagini scaturenti dalle interrogazioni parlamentari, come potevano averne nelle istituzioni i cittadini noceresi che, sostenuti dal vigore ideologico del nuovo leader, combattevano l’aspra battaglia contro il latifondo.

Del resto, a rileggere un po’ Giustino Fortunato e i grandi intellettuali della ‘Questione meridionale’ il peso dell’arretratezza risiedeva proprio in questo: nel fatto cioè che i baroni non si erano rimboccati le maniche come al Nord, reinventandosi imprenditori; ma continuavano a spremere le popolazioni locali ormai esauste, più della scura sansa dei loro trappeti!

Ha perfettamente ragione il fiorentino Romolo Caggese secondo il quale nei primi decenni del ‘900 il Mezzogiorno appariva come uno ‘sfasciume pietroso’! In cui nulla di buono più poteva attecchire, anche se a Nocera forse una speranza in più c’era. Lo hanno dimostrato – se ve ne fosse bisogno – le parole del deputato piemontese riportate nella scorsa puntata, lo racconteranno le carte (una per la verità) alla fine di questo pezzo a riprova che la lotta non era stata interrotta e quelli furono anni densi di avvenimenti. Il dibattito politico fu aspro e tra fazione borghese/aristocratica e opposizione popolare continuò senza sosta sino al progressivo raggiungimento degli obiettivi che il nuovo corso ‘rivoluzionario’ si era prefisso. Quando, cioè, le coscienze sarebbero state totalmente stravolte e il latifondo definitivamente (o quasi) abbattuto.

Ma per la scomparsa del latifondo si dovette attendere perché la nefasta parentesi del Ventennio frustrò i sogni liberatari dei cafoni terinesi (e quelli dei tanti cafoni di Calabria). Bisognò attendere nuovi leader e nuovi slanci ideali, alla fine del secondo grande conflitto mondiale, per ravvivare quella lotta che la violenza squadrista aveva imbavagliato ancora (ma forse ancora oggi nuove perniciose forme di latifondo si stanno imponendo e nessuno ci fa più caso).

Se dovessi individuare un episodio attorno al quale ricostruire l’identità nocerese non avrei alcun dubbio! Sceglierei questi primi moti per la conquista della terra per la loro linearità, per la prorompente dinamica che hanno avuto non solo come reazione alle vessazioni che promanavano dagli ultimi residui del feudalesimo, ma anche per la risposta immediata e solidale in tempo di calamità che non sviò il penetrante sguardo del movimento appuntato sulla necessità perequativa di un ordine sociale nuovo.

Chi fa storia lo sa bene: gli eventi sono figli delle idee e le idee sono figlie del tempo. E quello di cui si sta parlando è il tempo della grande fame, di una povertà annichilente acuita dalla forza destruente di ben due sismi che a distanza di 3 anni hanno gettato nello sconforto la popolazione locale e, praticamente, distrutto gran parte del paese. Le cronache ufficiali ci parlano principalmente dei monumenti, ma una penna fine e una coscienza vigile come quella dell’Arciprete Pontieri si spinge oltre e con pochi, ma essenziali, tratti delinea i contorni di una tragedia inenarrabile: «Tutte le altre case di Nocera, fuori di quelle che crollarono, restarono gravemente lesionate e più particolarmente quelle che sono rivolte verso il fiume Grande». Era la notte dell’8 settembre 1905. E il 28 dicembre di tre anni dopo (1908) un brivido freddo di terrore percorse nuovamente i noceresi: nuove crepe si aprirono in quelle mura, nuove e profonde fenditure ne laceravano gli animi ma non le coscienze.

Dal 1905 qualcosa di nuovo e incredibilmente affascinante, infatti, stava accadendo in paese. Un fremito di novità lo stava attraversando. E questo aveva ravvivato il confronto politico e, forse per la prima volta, il partito di maggioranza (borghese/aristocratico) era fronteggiato da una valida opposizione popolare.

Tutto questo stava accadendo dopo che le ultime picconate avevano portato al paese una civiltà nuova grazie alla carrozzabile che dal Fiume Bagni saliva per Martirano-Conflenti, riconnettendosi all’altezza di Fangiano con l’altra carrozzabile che saliva dallo scalo marino, quella – per intenderci – che il cavallo di Don Pietro Maria (del romanzo Pane Nero) percorre riportando a Nocera Michele, di ritorno da Napoli. E se storia e letteratura, ancora una volta, si intrecciano un motivo ci sarà.

Lo storico transalpino Joseph Bédier ha scritto che «Au commencement était la route» e, sulla strada, insieme agli uomini, viaggiano le merci ma, soprattutto le idee. E sulle nostre strade a inizio ‘900 viaggiavano idee progressiste e libertarie.

Del resto che la civiltà arrivasse, insieme ad altro, nei paesi dell’entroterra calabro nel primo ventennio del XX secolo è certificato da una memorabile pagina narrativa di un grande calabrese, Corrado Alvaro che nel suo Gente in Aspromonte a proposito di San Luca, così scrive: «Ora la strada cui lavorano da vent’anni sta per bruciare all’arrivo con l’ultima mina… i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero legati a una fune trascinandoli in terra senza carro… Ma per poco ancora. Come a contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».

Alvaro dimostra di saper cogliere tutte le novità e i segni di trasformazione che quel mondo stava vivendo. Segni che erano visibili nel passaggio delle strade, nell’estendersi dell’istruzione, nell’emigrazione che aprì nuovi orizzonti a tanti calabresi e che certamente migliorò le condizioni economiche della regione. E, a Nocera, c’era qualcosa in più: la lotta dei contadini per la libertà che coincideva con la volontà di ritrasformare quella pietraia arsa (che era la regione) nel paradiso terrestre stigmatizzato molti secoli prima da Brunone di Colonia all’amico prevosto di Reims, Raoul il Verde: «Abito in un eremo situato in Calabria, e da ogni parte molto lontano dalle abitazioni degli uomini (…). Come posso parlarti adeguatamente di questo luogo, della mitezza e salubrità del clima e dell’ampia e bella pianura che si estende lontano tra i monti e racchiude praterie verdeggianti e pascoli smaltati di fiori? Come descriverti l’aspetto delle colline che dolcemente si elevano all’intorno e il recesso delle valli ombrose con l’incanto dei numerosi fiumi, dei ruscelli e delle fonti? Né mancano orti irrigui e svariati alberi fruttiferi».

Ma così non fu: ecco gli ulteriori fatti.

L’acredine tra il partito di governo e l’opposizione doveva essere abbastanza accentuata se il 17 dicembre 1908 il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno relazionava al Re sulla necessità di promuovere scioglimento del consiglio comunale di Nocera, di cui gli sottoponeva il decreto per la firma. Non erano poi tanto campate in aria le denunce ricordate nell’articolo precedente e certo non doveva respirarsi un’aria tranquilla nonostante la ieraticità di quegli uomini ripresi in piazza in una di quelle tante anonime domeniche di inizio secolo da qualche fotografo di passaggio. Immagini che sono state consegnate alla storia attraverso cartoline che da Nocera hanno raggiunto tutti gli angoli del globo.

C’era il fuoco vivo che covava sotto la cenere che ogni tanto esplodeva in pericolose agitazioni come l’occupazione della piazza che aveva prodotto nel luglio del 1907 un grave fatto di sangue.

Le elezioni dell’agosto successivo non modificarono il quadro politico locale, anzi permanevano le «notevoli scissure» favorendo lo stato di confusione amministrativa che conduceva ad un tracollo finanziario dell’ente e alle dimissioni dei nuovi eletti, paventandosi un pericoloso, e potenzialmente esiziale, scontro in seno alle fazioni politiche borghesi.

Le finanze dell’azienda comunale erano dissestate, i servizi inesistenti, la popolazione in fermento e l’organizzazione dei partiti completamente saltata.

Ecco perché per risolvere la situazione, nel dicembre 1908, si pensò di sciogliere il menomato Consiglio Comunale e procedere alla nomina di un regio commissario prefettizio nella persona del signor cav. dott. Giacomo Plunkett chiamato a mettere ordine nelle carte. Ma che, inaspettatamente, lasciò l’incarico dopo circa un mese.

Si tratta di una decisione di cui si ignorano ancora oggi le ragioni anche se la scelta del funzionario appare per lo meno bizzarra. Il signor cav. dott. Giacomo Plunkett proveniva da un’analoga esperienza commissariale in Sicilia (a Lentini). E anche in quel caso non si era distinto per iniziativa ma soprattutto aveva difettato in coraggio se, come scrive Ferdinando Leonzio, «sia per la divisione persistente tra le consorterie borghesi, che per il timore di un’avanzata del gruppo socialista, …, esitò parecchio prima di indire nuove elezioni».

A Nocera, infatti, il 7 gennaio 1909 venne nominato regio commissario il sig. Damiani Giuseppe con l’onere di gestire la crisi e indire nuove elezioni. Elezioni che, secondo i dati raccolti dal compianto Ignazio Ventura, videro eletto dapprima Adolfo De Luca (1909) e, successivamente ma sempre nello stesso anno, Ventura Silvio di Eugenio poi rimasto in carica sino al 1913.

Cosa avvenne in quegli anni lo scopriremo insieme nelle prossime puntate.

 

 

Gazzetta Ufficiale del Regno n. 23 del 28 gennaio 1909.

Relazione di S. E. il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri a S. M. il Re, in udienza del 17 dicembre 1908, sul decreto che scioglie il Consiglio Comunale di Nocera Terinese (Catanzaro).

Sire!

Nel Comune di Nocera Terinese le lotte vivacissime tra i partiti locali hanno dato luogo, negli ultimi tempi, ad agitazioni e tumulti, e nello scorso luglio anche ad un grave fatto di sangue.

Dalle elezioni generali del 16 agosto, necessarie per le dimissioni dell’intero Consiglio, si astenne il partito dell’amministrazione; notevoli scissure però si manifestarono ben tosto tra i nuovi eletti, i quali non tardarono a rassegnare il mandato.

Rinnovare le elezioni a così breve distanza dalle precedenti, sarebbe oltremodo pericoloso per l’ordine pubblico.

Occorre, invece, come ritenne il Consiglio di Stato, in adunanza delli 11 corrente, che, mediante una straordinaria gestione sia provveduto alla sistemazione della finanza e al miglioramento dei servizi, secondo i risultati di due recenti richieste, e sia addotta la calma nella popolazione affinché possano i partiti organizzarsi al solo intento del bene inteso interesse dell’azienda.

Mi onoro pertanto di sottoporre all’augusta firma di Vostra Maestà lo schema del decreto che scioglie quel Consiglio.

VITTORIO EMANUELE III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

RE D’ITALIA

Sulla proposta del Nostro ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri;

Visti gli articoli 316 e 317 del testo unico della legge comunale e provinciale, approvato con R. decreto 21 maggio 1908, n. 269;

Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1

Il Consiglio comunale di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro, è sciolto.

Art. 2

Il signor cav. dott. Giacomo Plunkett (1) è nominato commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, fino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale ai termini di legge.

Il Nostro ministro proponente è incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 17 dicembre 1908.

VITTORIO EMANUELE                                                                                                                                                                                                                                                  GIOLITTI.

__________________

(1) Con R. decreto 7 gennaio 1909 è stato nominato regio commissario per il comune di Nocera Terinese il sig. Damiani Giuseppe, in sostituzione del cav. Dott. Giacomo Plunkett.

Per approfondire le tematiche che sottendono l’ordito narrativo del racconto Pane Nero parso opportuno pubblicare le fonti di quegli eventi, la cui portata epocale stava trasformando il piccolo e lacero paese in avamposto libertario per il proletariato calabro d’inizio Novecento.

Casa ValleQuelle stesse carte che, abbastanza chiaramente, dicono che non si sia trattato di proteste estemporanee o di episodi isolati e senza alcuna pretesa. Ma la regia ideologica del movimento nocerese, curata da Michele Manfredi, aveva prodotto la radicalizzazione dell’anelito libertario paesano, prima percepito soltanto con la politicizzazione associativa che stava riguardando progressivamente ampi segmenti delle attività produttive, col sostegno (indiretto, s’intende) della Chiesa locale attraverso la reviviscenza del movimento confraternale. Presto convertitosi nel laicismo delle Società operaie di mutuo soccorso.

Il terreno è assai magmatico e la realtà degli scontri sociali molto complessa e spesso anche contraddittoria. Neppure la vicenda del movimento operario può essere liquidata con poche battute, a fronte del vivace dibattito storiografico che ne ha caratterizzato la discussione, specie negli ultimi tempi. Tuttavia questi pochi cenni introducono la questione nocerese che, in un certo senso, è atipica rispetto alla maggior parte delle forme di lotta coeve. Perlomeno per la sua elaborazione ideologica.

Del resto l’impostazione laicistica del movimento si coglie appieno nel profilo dell’ideatore il quale, confrontandosi con le istituzioni del territorio, in particolare quelle religiose evidentemente in combutta col potere politico dominante, non lesinava aspri giudizi sulla loro condotta morale e politica: «Che si sia smarrito il sentimento religioso è pur vero. Ma permettetemi di dire, don Francesco, che la prima a smarrire tale sentimento è stata la chiesa militante, che non ha saputo o, meglio, voluto ricevere il messaggio di Cristo».

Parole di straordinaria efficacia, oltre che di grandissima attualità, sono quelle che Michele Manfredi Gigliotti mette in bocca al protagonista del racconto, pronunciate proprio alla vigilia della ‘rivoluzione nocerese’ di inizio Novecento, durante il confronto con l’arciprete del paese: parole che fanno gridare allo scandalo e alla blasfemia e che mandano in frantumi un mondo assai perbenista in cui il privilegio classista sembra essere l’unica ragione di vita.

Se le fonti interne hanno inteso ‘mitizzare’ quella vicenda tanto da consegnarla alla letteratura, gli antagonisti cercavano di sminuirne la portata, come dimostrano le carte prodotte in parlamento dove il nome di Nocera rimbalzò, finendo sulla scrivania e nei pensieri dei grandi statisti del tempo, non ultimi quelli di Luigi Facta il ‘giolittiano dalla personalità sbiadita’, sottosegretario (ministro) degli interni nella XXII legislatura del Regno d’Italia, durante il terzo Gabinetto Giolitti.

E non poteva essere altrimenti: l’indocilità di Nocera, anonimo paese del meridione, condita da episodi di violenza contrastava con gli interessi del governo liberale il quale, proprio in quel 1907, si apprestava al varo di una legge per la statizzazione delle spese obbligatorie per i servizi pubblici. Promessa da circa un ventennio e sino ad allora non ancora realizzata. Una riforma importante che prevedeva anche l’estensione della cassa di previdenza per le pensioni ai dipendenti delle amministrazioni provinciali, dopo che nel 1904 era stata istituita a favore dei soli dipendenti comunali.

Per di più c’era da affrontare la grana della ripartizione dei seggi provinciali tra mandamenti in crescita demografica e mandamenti in forte decremento, risolta soltanto col varo, l’anno successivo (1908), di una legge di riforma (la n. 721) che semplificava il procedimento di elezione e ne riduceva le spese evitando così, secondo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri stesso, le agitazioni e le asprezze delle lotte elettorali, nelle quali evidentemente erano ricomprese anche quelle noceresi i cui eccessi violenti si erano macchiati di sangue!

Dei fatti di Nocera si discute in tre distinte sedute della Camera dei Deputati: quella del 30 aprile 1907, poi il 3 maggio successivo e, infine, in quella del 6 maggio, senza tuttavia addivenire a determinazioni per le quali, come si vedrà in un articolo successivo, bisognò aspettare ancora qualche tempo.

La voce interrogante è quella di Oddino Morgari (1865-1944) deputato torinese, giornalista e socialista della prima ora, che incalza Facta proprio sui fatti di Nocera. Il motivo è lampante: un intransigente socialista come lui, oltre ad essere sensibile alla tematica, non può lasciarsi sfuggire l’opportunità di attaccare le posizioni dell’accomodante ‘deputato’ locale. Questi, infatti, parente di tutti i componenti del partito di maggioranza, per perpetuarne il sopruso, avrebbe pilotato financo le visite ispettive ministeriali.

Alle rimostranze di Morgari si oppone il pragmatismo di Luigi Facta tendente a minimizzare, forse un po’ troppo, l’accaduto tenendosi lontano dall’analisi dei fatti violenti. Del resto non fa neppure mistero di disconoscere luoghi e personaggi, nonostante ostenti sicurezza nell’imputare gli eccessi all’animo sanguigno dei meridionali, erede di un preconcetto addirittura medievale per il quale la Calabria era, sin d’allora, un paradiso abitato da diavoli assetati di sangue!

La discussione, a tratti stucchevole, riflette i temi del rivendicazionismo socialista di quegli anni a scapito delle posizioni liberali. A livello locale, tuttavia, si combatteva e si protestava per un pezzo di pane e non per un astratto ideale politico, peraltro dibattuto da chi il pane lo aveva già! I moti di Nocera avevano un sapore diverso, incarnavano e amplificavano pienamente quegli ideali socialisti. Una situazione ben compresa da Morgari che ne aveva intuito anche la portata prorompente se, naturalmente, ben guidato.

Ma veniamo ai fatti per come sono raccontati nei documenti.

Nella tornata del 30 aprile 1907 il deputato torinese presenta tre interrogazioni al ministro dell’interno. La seconda riguarda proprio Nocera, così formulata:

«Il sottoscritto chiede di interrogare il ministero dell’interno circa le pericolose tensioni d’animi in Nocera Terinese, causata dal malgoverno di quell’amministrazione comunale» (Morgari).

In quella seduta Facta riesce risponde soltanto alla prima interrogazione sui contadini e i fatti di Montemilone (3 maggio 1907).

Al termine della seduta il presidente annuncia che Morgari aveva ritirato le restanti interrogazioni, per aggiornarne la discussione in quella successiva.

Così, nella tornata del 6 maggio successivo:

«PRESIDENTE: Viene ora la interrogazione dell’onorevole Morgari al ministro dell’interno «circa la pericolosa tensione d’animi in Nocera Terinese, causata dal malgoverno di quella amministrazione comunale». L’onorevole sottosegretario di Stato per l’interno ha facoltà di rispondere a questa interrogazione.

FACTA, sottosegretario di Stato per l’interno: L’onorevole Morgari, certamente per un’altissima coscienza del suo dovere parlamentare, si è abbandonato da qualche tempo ad una vivace attività riguardo ai piccoli comuni meridionali. Cosicché in questi ultimi tempi parecchie volte io sono stato chiamato a rispondere ad interrogazioni sue concernenti le amministrazioni di questi piccoli comuni. Io veramente non so se l’onorevole Morgari li conosca. (Ilarità).

MORGARI: E lei?

FACTA, sottosegretario di Stato per l’interno: Io no, lo confesso (Risa generali). Non li conosco troppo, ma ho quelle informazioni precise che sarebbe opportuno avesse lo stesso onorevole Morgari. Perché che cosa avviene nei comuni specialmente designati dall’onorevole Morgari? Le solite lotte vivacissime fra i partiti, fra quello al potere e quello che ci vorrebbe arrivare: vivacità d’altronde naturale e spiegata dall’indole stessa, più ardente, delle popolazioni, facili ad essere accesi da potenti

passioni. Naturalmente il partito che non è al potere tenta di scavalcare quello che ci sta e per questo, quando non bastano le lotte, si ricorre alle dimostrazioni, e quando queste non approdano, si ricorre anche a dei chiassi smodati, ed esaurito tutto questo repertorio si scrive anche una lettera all’onorevole Morgari, il quale presenta una interrogazione alla Camera. (Ilarità). Così tutti questi fatti giungono alla Camera sotto la forma imponente di una interrogazione, la quale fa supporre che in quei comuni tutto vada per la peggio, che continui siano i disordini e che l’arbitrio faccia man bassa su tutto e su tutti. Allora il Governo, che deve naturalmente occuparsene, è obbligato a studiare condizioni così anormali che vengono denunziate al Parlamento, e deve subito prendere informazioni precise, se non altro per rispondere adeguatamente alle interrogazioni dell’onorevole Morgari. Ma che cosa risulta il più delle volte da queste precise informazioni? Risulta che quasi sempre tutto si riduce alle lotte faziose, partigiane, vivacissime le quali, in fin dei conti, non derivano che da piccoli disordini amministrativi cui immediatamente si può mettere riparo con il semplice intervento dell’azione governativa. Io quindi prego l’onorevole Morgari, il quale certamente deve avere informazioni numerose e minute (debbo desumerlo dal numero delle sue interrogazioni), lo prego, dico, di volere ben vagliare l’attendibilità delle informazioni stesse. Perché io non dubito punto della completa buona fede di lui nel denunziare fatti, che possono alcuna volta avere anche delle apparenze di gravità; ma dico che molte volte, se egli vorrà ben vagliare le sue informazioni, vedrà che in fondo i fatti si riducono a ben poca cosa nel loro complesso: e questo lo dico anche come preambolo all’altra interrogazione su cui dovrò rispondere oggi stesso, la quale riguarda precisamente il comune di San Paolo di Civitate. Perché anche per questo comune si verifica appunto il fenomeno di lotte acutissime tra partiti, con accuse di disordini amministrativi, che, secondo la denunzia, avrebbero nientemeno che la forma di veri e propri reati. Ebbene, fu fatta immediatamente un’inchiesta, sì rividero minutamente tutte le operazioni amministrative del comune, ma io posso annunziare alla Camera che in Nocera Terinese le cose non sono affatto come si sono denunziate. Qualche piccolo inconveniente si è verificato più che tutto per l’ignoranza degli amministratori, ma i fatti non hanno assunto davvero una gravità eccezionale. Onorevoli colleghi, bisogna considerare che in molti comuni meridionali manca la possibilità di far camminare rigorosamente l’azienda comunale, e naturalmente bisogna rassegnarsi e concludere che da quelle povere amministrazioni si fa quello che si può; ma non si può esigere troppo: e d’altra parte gli inconvenienti verificatisi sono di tal natura che si potevano con un’opera pronta ed energica, immediatamente riparare, e ciò fu fatto. Ma io voglio dare anche un’altra soddisfazione all’onorevole Morgari, e voglio dimostrargli quanto il Governo si sia interessato di questo stato di cose. Ed aggiungo, a titolo di notizia, che gli tornerà gradita, che, essendo stata compiuta un’inchiesta dal nostro ispettore Zanon, uno dei più distinti funzionari del Ministero dell’interno, si mise in poco tempo riparo agli inconvenienti che erano stati denunciati. E siccome ella, onorevole Morgari, presentando la sua interrogazione, ha lasciato supporre che non tutti i servizi avessero ripreso il loro corso, e che non tutte le cose fossero rientrate nella legalità, furono date disposizioni immediatamente perché un altro funzionario si recasse in quello stesso comune, e vi facesse le più minute indagini ed ispezioni, ed io ho l’onore di dirgli che fino da ieri questo funzionario è partito. Vedremo che cosa recherà di nuovo, ma ritenga l’onorevole Morgari che, se si deve badare al cumulo di notizie finora raccolte, ci troviamo di fronte ad uno di quei fatti che, per se stessi possono parere importanti quando sono portati alla Camera, ma quando sono accuratamente esaminati, dopo tutto non sono tali quali l’onorevole Morgari, con un pessimismo che gli fa onore, viene a denunziare alla Camera.

PRESIDENTE: Onorevole Morgari, ha facoltà di parlare per dichiarare se sia sodisfatto.

MORGARI: L’onorevole Facta non è stato in quei comuni, di cui parlo. Non so però se 1’onorevole Facta abbia visitato il Mezzogiorno e conosciuto da vicino la vita amministrativa di quella parte d’Italia. Poiché, se egli avesse percorso il Mezzogiorno, od avesse almeno prestato orecchio alle voci che vengono di là, saprebbe che nel Mezzogiorno in genere non si applica la legge da nessuno, in nessun caso... (Denegazioni) che tutti i cittadini sono o sopra la legge o sotto la legge.

APRILE: Non è vero, sono esagerazioni!

MORGARI: Vi sarà dell’esagerazione in ciò che dico, lo riconosco...

SANTINI: Con che diritto lei gitta un’ombra sinistra sopra intere provincie?

MORGARI: ...ma è pur vero che i funzionari di pubblica sicurezza, i magistrati, i prefetti non applicano la legge e che la più grande rivoluzione politica, amministrativa ed economica, che si potrebbe introdurre nel Mezzogiorno, sarebbe puramente e semplicemente l’applicazione della legge. E questo che io dico è cosa nota, notissima, nonostante le proteste di alcuni deputati per l’onore della regione...

MOLTE VOCI: No, per la verità.

MORGARI: ...e la colpa ne va attribuita al Governo; e non soltanto a questo Governo, poiché sarebbe ingiusto riferire a questo Governo più che ad un altro la responsabilità di uno stato di cose che ha radici nella storia, nella geografia e nel clima perfino, in tutte le vicende storiche di cui nessuno è responsabile; come sarebbe ingiusto ch’io mi attribuissi il merito di rilevarle, perché se fossi nato là, mi assocerei probabilmente a quelli che protestano.

SANTINI: Non la avrebbero eletto deputato.

MORGARI: Orbene ho presentato questa interrogazione, pur non conoscendo con precisione i fatti, solamente per richiamare l’attenzione della Camera su questo grave problema della correttezza amministrativa nel Mezzogiorno. Prima di provvedimenti economici e finanziari, occorre nel Mezzogiorno l’applicazione della legge, occorre che il Governo, ente astratto (ché, a differenza di alcuni colleghi della mia parte politica, non mi riferisce al Governo presente) che ha la responsabilità di ciò; occorre, dico, che il Governo sappia liberarsi da quel circolo vizioso spaventevole, al quale non si vede ancora rimedio e che consiste nel legame della amministrazione con la politica, del Governo col deputato, del deputato coi funzionari del Governo, e di questi funzionari con le camarille locali. Questa è la condizione di cose di cui mi do pensiero e delle quali l’amministrazione di Nocera Terinese non è che un episodio qualsiasi. Richiamo perciò l’attenzione dell’onorevole Facta su questa circostanza: che difficilmente, per quanta sia l’eccitabilità naturale di quelle popolazioni, difficilmente può avvenire una campagna così continuata come quella che avvenne a Nocera Terinese, e che si verifica dal 1905. Nel 1905 fu inviato là un commissario che tentò di rimettere in carreggiata quella amministrazione, ma 1’amministrazione stessa, quella che era stata sciolta, fu rieletta, e si tornò alle medesime condizioni di prima. La lega dei contadini, ora è un anno, iniziò una campagna di reclami, la quale però non approdò. Nel gennaio del corrente anno la lega iniziò allora una forma più vivace di protesta testa, la dimostrazione, e questa forma finì, per trascinare dietro la lega tutta la popolazione. Il prefetto di Catanzaro ordinò allora un’inchiesta che parve fatta sul serio; ma a questo punto intervenne l’ispettore centrale del Governo, il quale, vedi caso, è amico intimo, mi si riferisce, del deputato locale...

Ciliegio

MOLTE VOCI: Chi è? chi è?

MORGARI: Il deputato locale poi è parente di quasi tutti quei consiglieri, e pare che il funzionario del Governo abbia fatto comprendere a persone del luogo che aveva le mani legate. (Interruzioni - Rumori). Avvenne allora una protesta, ed avvenne in una forma assai più grave, quella di uno sciopero generale; ed allora il Governo provvide, mandò cioè là dei carabinieri, e la popolazione murò l’ingresso di quel municipio. Ora io non credo che l’effetto delle sobillazioni di una parte che non è al potere arrivi anche a questo, che nella sua tangibilità è sintomatico, di murare l’ingresso del municipio. Io prendo atto, ciò nonostante, delle dichiarazioni dell’onorevole Facta che un altro commissario sia stato inviato, e mi auguro che questo funzionario provveda effettivamente a ristabilire la legalità. (Commenti).

 

PRESIDENTE. Segue un’altra interrogazione dell’onorevole Morgari al ministro dell’interno «circa l’amministrazione comunale di S. Paolo di Civitate». L’onorevole sottosegretario di Stato per l’interno ha facoltà di rispondere a questa interrogazione.

FACTA, sottosegretario di Stato per l’interno: Io potrei rispondere, poco su, poco giù, quello che ho detto prima rispondendo alla precedente interrogazione. Di fronte alla denunzia fatta dall’onorevole Morgari, si ebbe cura di guardare diligentemente in quella amministrazione, ed ho qui i rapporti, nei quali, dopo aver fatto cenno di fatti lievissimi che proprio non hanno nessuna importanza, si dice che immediatamente vi venne posto riparo, e che quel comune continua a funzionare benissimo. Cosicché quegli inconvenienti, che pure potevano apparire gravi, si vide poi al fatto che non avevano gravità. Del resto comprendiamo questa discussione in pochissime parole. Creda, l’onorevole Morgari, che il Governo non ha nessun interesse di mandare funzionari i quali mettano in tacere quello che avviene nelle amministrazioni locali; noi vi mandiamo i migliori funzionari, quelli che hanno percorso una carriera che è garanzia della più serena obbiettività e di alta coscienza del proprio dovere. Li mandiamo perché riferiscano obbiettivamente tutto quello che vedono, per potere immediatamente riparare a tutti i mali che possano rilevare. È questo, creda, onorevole Morgari, il sentimento che ha il Governo, il sentimento che hanno i funzionari e mi permetto di dire anche i rappresentanti politici di quei collegi, i quali, venendo qui fra noi, sarebbero i primi a sentire la vergogna di amministrazioni le quali non funzionassero regolarmente, e sarebbero i primi a denunziarle. Io devo qui rendere giustizia a questo sentimento, perché ogni giorno io vedo appunto come al Ministero giungano da questi nostri colleghi le denunzie dei più piccoli fatti onde porre un argine a questo che potrebbe essere un danno grave. (Bene! - Commenti). Il sentimento del dovere, lo ripeto, è comune tanto al Governo che ai nostri onorevoli colleghi, ed io voglio invitare l’onorevole Morgari ad avere anche lui un po’ di fiducia e ad ispirarne un po’ in quelle popolazioni che ne hanno tanto bisogno. (Approvazioni - Commenti).

PRESIDENTE: L’onorevole Morgari ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

MORGARI: Non posso avere alcuna fiducia... (L'oratore aggiunge altre parole che l’onorevole Presidente, dopo avere invitato invano l’oratore stesso a ritirarle, ordina agli stenografi di non raccogliere)».

(continua)

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